“Ohiii… mi senti?!” Quante volte siamo stati così richiamati dal partner, dal genitore, dal professore, dal capo sezione. Che ha poi immediatamente aggiunto “Che hai la testa da un’altra parte?” Accusa terribile e assolutamente fondata. Sta nell’animo e nella sensibilità del soggetto umano che, suo malgrado, ha scelto di dedicare ogni sua energia alla ricerca dello “spunto” originale e del modo per farlo decollare per raggiungere l’alta vetta dell’IDEA CHE FUNZIONA. Mestiere duro avere la testa da un’altra parte: sempre in caccia, alla ricerca di altro, nella perenne distrazione. Il percorso rettilineo è il più breve e ha il difetto di portare in fretta al traguardo senza mai porre attenzione al crocicchio dell’intuizione. Questo mi fa venire in mente una ricerca di un tal Donald Griffin, naturalista e studioso della mente animale. Riporta Danilo Mainardi – nostro maggiore etologo e capace divulgatore – che nella metà degli anni ‘50 dello scorso secolo, preso dallo studio del comportamento dei pipistrelli, l’inglese, si ritrovò a doverne catturare un certo numero di esemplari. L’operazione si rivelò molto facile. Gli bastò sistemare una rete a maglie finissime all’ingresso della spelonca abituale ricovero diurno delle bestioline. E il famoso sonar dei piccoli mammiferi volanti, vi chiederete voi? La loro proverbiale capacità di inviare impulsi per intercettare gli ostacoli? Griffin pure si pose la stessa domanda. E poi, da studioso qual’era, scoprì la risposta. Aveva creduto, in un primo momento, che, giunti in prossimità della loro destinazione, le bestiole disattivassero il loro congegno sonar. Poi, approfondendo, scoprì che la ragione della defaillance era che, conoscendo perfettamente l’ingresso del loro domicilio, i pipistrelli, fossero semplicemente distratti: avevano la testa da un’altra parte!
E l’uomo pipistrello?
