Certamente è un’arpa che non suona. Però rimane un bell’oggetto: una specie di monumento all’armonia in cirmolo tornito, una scultura sinuosa, una specie di chiave musicale gigante. Edward Gorey, l’uomo nel ritratto, è stato un artista originale e malcollocato nell’epoca in cui è vissuto. Un artista moderno che intinge il pennino nell’inchiostro di una grandeur d’altri tempi. Gli è bastato un semestre alla School of Art Institute di Chicago per capire come un filo sottile di nero possa riuscire a creare sogni ed evocare incubi. Illustratore di libri per bambini dove talvolta i bambini muoiono e scompaiono dopo poche pagine o sono presenti dalla prima all’ultima, già morti, bianchi come, fantasmi. Amante dei gatti e di altri animali ancora più misteriosi come pinguini logorroici e serpenti sospettosi. Amante del balletto, della cartapesta e del teatro delle marionette ha inventato “La Theatricule Stoique” per riportare le sue tavole fitte di tratti neri alle tre dimensioni. E sono veramente unici i testi sotto i suoi disegni ispirati ai limericks, i brevi sonetti nonsense di Edward Lear. Il mondo di Gorey è scuro e fitto quando fitta si fa la trama del racconto e trasparente e leggero quando la brezza notturna scopre, oltre le nubi, il cerchio bianco di una luna che congela le ombre. Ecco, da leggere un limerick di Gorey:
Il neonato, con un grido breve e bestiale,
cadde nell’acqua del fonte battesimale.
Prima che capissero la situazione
era già fuori dall’osservazione:
la profondità di quella fonte era abissale.

