Giornate mondiali. Ad avere tempo e voglia (e un abbonamento di Sky) potremmo guardarci tutte le partite dalla Coppa del Mondo: avere conferme e conoscere nuovi talenti, centrocampisti algerini, laterali coreani, bomber neozelandesi, portieri sloveni. Una vetrina assoluta del gesto inaspettato. Ma il pepe che manca, in questi casi, è la componente campanilistica del godimento. Infatti quei formidabili campioni di tutte le razze si esibiscono in virtuosismi con l’obiettivo preciso di “distinguersi” dai loro compaesani e poter accedere al Catalogo Globale del Talento Assoluto. Con l’automatico espatrio per essere impiegati in tornei più titolati, in paesi assai più ricchi (o come nel caso dell’Italia, che investono più denaro di quanto sia sensato per l’andamento dell’economia locale). Sono le giornate in cui assistiamo all’esposizione universale di dorsali, addominali e tatuaggi.
Succede, ogni quattro anni, anche in occasione delle Olimpiadi, con la variante del tifo azzurro. In quei casi infatti, la scoperta inattesa è guidata dalla logica “è dei nostri, guarda quant’è bravo”. Ciò anche in presenza di meccanismi competitivi incomprensibili (caso esemplare, l’imperscrutabile Curling): ci si appassiona alle gesta di un arciere o si trepida all’affiorare a pelo d’acqua di un gruppo di signorine sintoniche. Sono le gesta di un Italiano.
Ma la comunicazione è più esigente, è raffinata e si alimenta di stupore. Cerca alchimie complesse e vive di contrasti: l’attesa della nuova conferma e il sospetto del fallimento. Trema al pensiero della rottura della continuità nel finale positivo. Allora ecco i rari casi in cui ciò che viene comunicato dall’evento trova il suo “campione assoluto” nell’interprete stesso dell’evento, l’eroe (anche in questo caso italiano) diverso e discontinuo, che affascina e rapisce. Con le sue caratteristiche umane e le sue (talvolta inattese) performance sportive.
Quando entra nella nostra vita, una volta entrato nelle nostre vite, ci alberga coccolato, accudito e venerato. Sempre, e ogni volta che compare per somministrarci l’immagine di sé.
Tre esempi: Alberto Tomba, Marco Pantani, Valentino Rossi. In questi casi l’uomo comunica e il campione incanta. E ci si organizza in salotti collettivi per seguire ogni respiro dell’eroe, ospite inatteso la delusione. Ma pure quella è parte del gioco perché anch’essa contribuisce al pathos. Sono casi in cui si costruisce uno spericolato equilibrio tra il piacere di possedere l’eccellenza in casa e l’orgoglio di mostrarla al resto del mondo. Nostro e di/per tutti. Allora nascono insospettate neo passioni nei confronti di sport fino a quel momento ignorati: lo sci (rigido e slittante), il ciclismo (faticoso e dopato), il motociclismo (pernicioso e un po’ cafone). Questo è Il mistero del campione nazionale e transnazionale. Il made in Italy fatto uomo ( e prodotto). Non succede spesso -i tre esempi fanno testo- ma quando succede è trionfo, fino all’estinzione del fenomeno stesso per usura, per ferimento, per morte.
Simbolica eccezione la Ferrari in cui, contravvenendo alla logica tifoso-campione, non si segue la prestazione dell’uomo mito nazionale ma si gode dei risultati ottenuti dalla “macchina” di tecnologia italiana che “conduttori” multietnici e intercambiabili rendono possibili.

