Smoke di Wayne Wang è un film del 1995. In Italia uscì verso la fine di quell’anno, era quasi Natale e l’averlo potuto vedere nelle sale fu davvero un vero dono magico.
La storia è piccola piccola, ambientata in una tabaccheria di Brooklyn e popolata di personaggi semplici, veri eppure fantastici. Autentici campioni di vita e di simpatia. Lo spunto è il rapporto di amicizia che si crea fra il gestore della bottega (Auggie/Keitel) e lo scrittore in crisi (Paul/Hurt) che ha il problema d’inventare una “Storia di Natale” che gli è stata commissionata dal New York Times. Con l’occasione Paul Auster, che ha scritto la sceneggiatura, ci propone tutta il suo pensiero sull’arte, sull’ispirazione e sulla vita. L’ambientazione è molto newyorkese ma il quartiere in cui si svolge la vicenda è davvero “latino” con colori e calore che conosciamo assai bene.
Nella parte finale del film c’è, in un sol grumo, tutto il succo della cosa che si vuole presentare al pubblico. Non una morale ma una specie di prontuario per chi apprezza i percorsi creativi, per tutti quelli che hanno deciso di viverli quotidianamente, per gli appassionati del racconto. Il dialogo che si svolge tra i due protagonisti a un tavolo del Jack’s Deli è un balletto che segue il filo dell’amicizia e della stima. E anche l’occasione giusta per dare indicazioni sul come va vissuta la “vita d’artista”.
Paul è molto colpito dal racconto di Auggie: “Il raccontare è un vero talento Auggie (nel testo originale ci vuole talento per raccontare polpettoni lacrimosi come questo). E tu sei al pari dei maestri”. Un altro passaggio del dialogo altrettanto significativo è quando cogliamo un convinto: “Qualsiasi cosa nel nome dell’arte”. E come si fa a sostenere il contrario?
Certo è che vedendo Auggie sorridere malizioso con quella luce misteriosa e compiaciuta negli occhi, sorge il dubbio che la storia sia completamente inventata e viene voglia di pensare che ci stia prendendo in giro tutti. Auggie non lo confesserebbe mai. Perché è riuscito comunque a farsi prendere sul serio e questa è l’unica cosa che conta.
“Nessuna storia è falsa finché una sola persona ci crede” (Paul Auster).
E poi, nei titoli di coda, ecco la grande intuizione: la storia che Auggie ha raccontato in una decina di minuti diventa un breve racconto d’immagini che, in soli quattro, rapisce lo spettatore trascinandolo dentro l’emozione vera di un evento unico e irripetibile. Ecco che tutto diventa una rara lezione di arte del racconto: che si usino immagini, suoni o semplici parole, fa lo stesso. L’importante è trascinare lontano chi abbiamo deciso di coinvolgere nel nostro viaggio.
Buona notte stellata.
Ho ritrovato in questo film l’arte del racconto, la macchina da presa quasi immobile sembra dirci che lo spettacolo è da ricercare altrove. L’inquadratura programmaticamente larga, lontana dai personaggi, tenta di abbracciare la maggior quantità di spazio possibile, suggerisce l’impossibilità di rappresentare la complessità del mondo e dei rapporti umani ed è impegnata a restituire il più possibile almeno l’habitat in cui si muovono i protagonisti del racconto. Ma dove l’occhio non può arrivare a causa della maledizione/fortuna della cornice che circoscrive lo spazio inquadrato, può il potere evocativo e travolgente delle parole. Una storia fantastica a metà tra il Cinema con la “C” maiuscola ed il teatro narrazione.
Ignoravo completamente l’esistenza di questo film, grazie per la piacevole scoperta!
La versione narrata suscita un coinvolgimento emotivo da parte dello spettatore/ascoltatore, come se ci volesse far sentire protagonisti della storia. Il modo di raccontare così coinvolgente e per nulla monotono, accostato alla bravura del regista che non rende l’immagine statica e noiosa ma alterna fasi di zoom in entrata e in uscita molto importanti per l’attenzione. Invece meno coinvolgente il racconto cinematografico, a mio parere più distaccato dallo spettatore e con poca attenzione alle emozioni da trasmettere. Ovviamente giudizio personale..