Tre minuti e mezzo di assoluta trance. Guardate e ascoltate questo incredibile trailer del film “Dead Man” (Jim Jarmusch, 1995). Un giovane Johnny Depp è lì a perdersi in un selvaggio west arcaico, fangoso e tutt’altro che epico. Vivete la visione reale dell’asprezza delle terre di conquista da parte di uomini e donne che osano sfidare una natura pronta in ogni momento a respingerli o a ingoiarli nell’incubo.
Non è posto per gente normale e i nativi capiscono che ormai non è più un posto buono neanche per loro. Sangue scorre. E scorrono gorgogliando le note della chitarra di Neil Young a commento e sperimentale contrappunto di una metafora della vita nella morte. Di quella nuova vita che talvolta nella morte si cerca sperando che davvero esista: per un lieto fine che certe volte è impossibile perché ad essere lieto non c’è stato neanche l’inizio.
“Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”.
In queste parole del poeta inglese William Blake c’è la possibile chiave di lettura del viaggio del protagonista della storia che Jarmusch ha voluto chiamare proprio così nel suo film. Il contabile Blake è lì e comincia a morire, anche per lui c’è uno Stige da navigare, un fiume di lamenti di antiche tribù che hanno smesso di esistere perché la Storia ha iniziato a dar loro torto. Un altro grande film che oltre l’epica della nuova frontiera, ci svela l’arcano della genesi di un Nuovo Mondo che nasce affondando il tacco nella polvere di una cultura che sembra non occorrere più.