Blog! di Tonino Risuleo
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La regola del contratto
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Mi ha colpito questa pagina voluta dall’Università internazionale Link Campus che ha dato vita all’operazione “In Regola” con l’approvazione del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali (non sarà troppa fatica per un Ministro solo?). Mi hanno colpito i segni che ci sono e i segnali che mandano. A prima vista positivi, anzi a una prima lettura: “Regole. Perché la fortuna non è prevista dal contratto”, il titolo, sembra rassicurante, così serio e responsabile. Vuole dire che ci vuole coscienza e senso civico da parte di tutte le parti in causa, e che il primo protagonista della tua sicurezza sei tu. Sei tu a dover pretendere di lavorare nella legalità e nel rispetto delle regole perché è un tuo diritto e perché solo così si possono limitare i rischi nella piena tutela della salute di chi lavora e la serenità di chi fa impresa.
Bene.
Però quell’involontario “negative approach” che c’è nel visual mi distrae e mi trascina in un mondo fatato di putipù e di euforia imprudente: il mondo degli ottimisti incalliti. Di tutti quelli che pensano “… ma poi, proprio a me mi deve capitare?” e che per riuscire a moltiplicare le opportunità d’impiego, saltano il passaggio del buonsenso e della legalità. E finiscono per accettare un posto di lavoro che non prevede nè le certezze di un contratto regolare né l’applicazione di alcuna regola.
Allora c’è da correggere almeno il titolo, per esempio:
Lavoro. La prima regola è il contratto.
E poi, visto che ci siamo, un visual che metta in primo piano i rischi (Il traliccio della gru) ed eviti di risolvere la tragedia quotidiana delle morti sul lavoro con un corno rosso e uno sgubbio.
Buon lavoro.


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Primo giorno
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Benvenuti! Anche quest’anno mi ritrovo con una sessantina di nuovi compagni di viaggio e questo mi rende euforico. In compagnia si sta bene, ci sono più stimoli e vengono tante idee. Sarà un buon viaggio. Svelto, leggero, con accelerazioni e un sacco di fermate per non perdere l’opportunità di guardare le cose un tantino nascoste. Bagaglio snello e fantasia, come quando si parte low cost. Occhi spalancati, oreccchie ben pulite, lingua affilata, narici libere e dita sgranchite, si va.

E allora vi ripropongo la “Filastrocca delle buone maestre” di Bruno Tognolini; l’ho letta per voi ma sarà ancora più bello che ognuno se la riascolti detta dalla propria voce e con il tono che preferisce.

Maestra, insegnami il fiore ed il frutto

Col tempo, ti insegnerò tutto

Insegnami fino al profondo dei mari

Ti insegno fino a dove tu impari

Insegnami il cielo, più su che si può

Ti insegno fin dove io so

E dove non sai? – Da lì andiamo insieme

Maestra e scolaro, dall’albero al seme

Insegno ed imparo, insieme perché

Io insegno se imparo da te

La filastrocca di Tognolini è stata pubblicata su “l’Unità” di giovedì 2 dicembre ultimo scorso.


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Battesimo dell’aria
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Proprio un bell’annuncio, bello il visual e ancora di più la baseline che è un vero manifesto propositivo: Faremo del cielo il posto più bello della terra. Per chi ha deciso di affrontare il suo primo volo diventa una promessa rassicurante che apre a esperienze inimmaginabili.
A chi viaggia per lavoro consente una deviazione di itinerario che fa tirare fuori sogni insperati da una ventiquattrore troppo scura. Così si fa! Bisogna stringere la gente in un abbraccio caldo, farla rilassare aprendogli gli occhi su orizzonti nuovi e profondi. Il cielo è un posto magico che non ha confini e la fantasia subito si predispone a sguazzarci senza mai il timore di esagerare. Il bello è proprio questo: concedersi la libertà di farsi leggeri leggeri e volare in alto. Bon voyage.

P.S.: Non ho trovato notizie degli autori di questa bella campagna pubblicitaria. Forse si tratta di un eccesso di modestia?

P.S.2: C’è un soggetto uscito successivamente in cui una micro Tour Eiffel schizza nell’orecchio di una ignara signorina. Piace un pochetto di meno. Non farà male quel metallico souvenir volante? Mi ricorda quella certa Madunina di un passato recente…


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dinner at Rusty’s restaurant
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Questa vignetta è tratta da una storiella che in realtà di vignette ne ha tre. Ma basta questa perché già da sola vale la spesa. L’autore è Max Cannon di Tucson, Arizona. Moglie e due figli, una vita tranquilla da provinciale appagato. Cosa avrà allora creato il cortocircuito che rende Max così surreale e caustico ogni volta che ha da dire qualcosa? Forse proprio il ristagno piccolo borghese che si respira tra le casette unifamiliari, con un giardinetto davanti e un altro dietro, allineate lungo la silenziosa via del ridente sobborgo.
Max stavolta si identifica in Ted il protagonista della vignetta e dell’intera vicenda.
E’ sabato sera e nelle villette tutti si preparano a uscire per il dinner: indossano l’abito buono, si danno una sistemata ai capelli e una lucidata alla punta delle scarpe e via, scortati dalla propria signora in alta uniforme. Nel piccolo mondo antico della provincia americana e del resto del mondo occidentale funziona così. La rassicurante noia che confonde l’ovvio con il giusto e il conformismo con il sostenibile. Non c’è soluzione e non c’è via di scampo?
Ma si!
Basterà imboccare il vicoletto stretto tra i due giardini e correre sul retro a dare una controllatina all’orizzonte.
E poi via, con un po’ di fortuna ad assisterci e un bel chiaro di Luna.

www.redmeat.com/redmeat/


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“Madonna che silenzio c’è stasera”
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Senza parole. Se non c’è proprio niente da dire conviene chiamare un grande fotografo e chiedergli di far parlare le immagini.
Succede questo nelle foto di Steven Klein per la campagna pubblicitaria di DOLCE&GABBANA con Madonna a fare da modella. L’atmosfera che permea le immagini è quella del neorealismo e degli interni italiani degli anni ‘50, popolari o al massimo piccolo borghesi. Fotografie dal decor minuzioso, lo styling perfetto e un bianco e nero raffinatissimo che fa risaltare ogni particolare dell’arredamento che incornicia i soggetti umani congelati dall’obiettivo.
Queste due scelte, fra le molte che fanno parte della serie di scatti, dimostrano perfettamente tutte le accuratezze di un professionismo eccezionale: nella prima c’è l’espressione compresa dell’anziana sarta dalle dita abili e con il metro al collo, la tavola da stiro alle sue spalle col ferro caldo, l’applique in stile, gli specchi e i quadri dei santi, ogni particolare è esattamente dove “ricordiamo” di averlo visto. L’espressione della modella poi, è proprio della madonna.
Nella seconda seguiamo il lieve volteggio dei due ballerini: l’inquadratura dinamica s’inclina ad assecondare la leggera pressione del capo di lui sulla guancia di lei. L’interno è quello che è, dimesso ma dignitoso, con la bella tendina coi pizzi e il bordo inferiore della porta consumato dagli sbalzi di temperatura e da anni di apri e chiudi.
Risultato: una maestosa lezione di ballo per tutti gli amanti della fotografia.


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lasciami entrare
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Una preghiera o un’intimazione?
Rimanete concentrati e non fatevi ingannare. Le muse sono così: capricciose e determinate, adulatrici e imprevedibili. Scelgono sempre loro chi premiare col soffio leggero dell’ispirazione. Scelgono anche quando. Non serve a niente evocare, bramare, pretendere, arrivano da sole, se vogliono e da chi vogliono. Come un colpo di fulmine, un baleno: quello che ronza giù dal cielo buio capace di spaccare un gradino di granito come se fosse di legno dolce. L’ho visto fatto in cima alla Grigna che è un monte vero, non metaforico.
L’ispirazione è così. Non basta creare la possibilità che arrivi. Il cielo, forse, non si rabbuia e butta pioggia tutto l’inverno? Eppure il lampo devastante non è scontato, ci vuole la tensione giusta e l’elettricità che serve.
Nella foto di sopra c’è l’artista di pietra con la mano sulla bocca, contro la sua tempia sinistra preme la forza intera di un corpo giovane che spinge per entrare e possedere. E’ certamente un premio del destino ma lui, lo merita? Nel capolavoro di Rodin riusciamo a cogliere esattamente quell’attimo sospeso, quel tentennamento preoccupato: chi sta scegliendo e che cosa? Che dobbiamo aspettarci? Cosa stiamo iniziando a vivere? Un tormento o un’estasi? Va a finire che uno comincia a porsi un sacco di domande e non sempre è un bene. E neanche sta bene tenere la porta socchiusa e l’occhio allo spioncino, non è onesto, l’attendismo e la prudenza non sono le mosse giuste per giocare con la gioia dell’inatteso. Resistere, con sapienza e intelligenza, come quando si tesa e si molla una scotta andando sul filo dell’onda contro il vento. Ci risiamo: lavoro duro quello del creativo, specie per chi ha l’ardire di aprirsi all’ispirazione buttando alle ortiche le confuse idee già colte e ordinate sulla scrivania sgombra.
Fate pulizia e preparatevi ad accoglire la Musa.

Due o tre spunti aggiuntivi:
Il Musée Rodin di Parigi (77, rue de Varenne) riserva il privilegio di una visita emozionante e sensuale. Bisogna andare fin lì e ne vale la pena.

Nel titolo c’è il titolo di un piccolo film svedese assolutamente da brivido. Con l’ispirazione non c’entra niente ma con il concetto di amore assoluto tanto.

Il risotto alle ortiche può riuscire molto buono. Però prudenza e guanti quando raccogliete le foglioline urticanti.
E quest’ultima rima non è voluta.


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family life
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C’è poco da stare allegri in famiglia. I giornali di questi giorni restituiscono situazioni al limite della letteratura di paura. E purtroppo non è una realtà da nascondere sotto il bel tappeto del soggiorno. Nell’indecisione fra chiudersi in casa o non tornarci per niente cerchiamo di capire quello che si può fare per prevenire o denunciare. Per l’occasione c’è da vedere questa bella e impressionante campagna polacca che con un visual a prima vista tenero tenero ci descrive gli orrori di realtà inimmaginabili che troppo spesso, purtroppo, si rivelano come deprimenti quotidianità. Terribile e credibile.

Cliente: Association Against Domestic Violence
Agenzia: Saatchi & Saatchi Poland
Art director: Bozena Slaga
Copywriter: Radek Kotapka
Direttore creativo: Max Olech, Agnieska Niska-Wojcik
Grafico: Ewa Jaworska, Bozena Slaga
Fotografo: Tomek Albin


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Acquacotta o ribollita?
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Capalbio è un luogo di contraddizioni. E’ noto per essere un posto dove si coagulano tendenze nuove e pensieri laterali ed è il presidio gastronomico di piatti antichi e semplici che rimandano a una tradizione immutabile. Luogo di pace silente e strilli acuti di uccelli scampati all’estinzione.
In questi luoghi, nei giorni scorsi, sono stato l’inviato speciale dell’ADCI per la consegna del premio Migliore idea creativa 2010 alla XVII edizione del Capalbio Cinema International Shortfilm Festival.
La selezione dei 21 film corti arrivati da ogni parte del mondo è di gran qualità ma i tre giurati del Club – il Presidente Marco Cremona, Patrizia Boglione e il sottoscritto – hanno fatto comunella su “Ahate Pasa” che in spagnolo, anzi no, in basco vuol dire il Passaggio delle anatre. Il film di Koldo Almandoz, spagnolo, anzi no, basco, è una folgorante storia del cinema attraverso le esperienze di un interprete che non è mai presente nei titoli di coda. O almeno non viene indicato con nome e cognome come si fa con il resto delle maestranze.
L’anatra, in prima persona, si prende carico di raccontare il come e il quando senza mai scivolare nel divismo. Il risultato finale è un racconto leggero leggero che stimola a una attenta considerazione sui valori delle diversità e delle minoranze. Sarà anche per via della forte componente euskadi che rinvigorisce i toni del racconto.

Koldo Almandoz (nella foto) è nato il 1° gennaio come me e ha una faccia simpatica. Giura di non avere alcun progetto per il futuro e certamente di non averne per quanto riguarda il cinema. Ama andare sullo skate, guardare le onde e passeggiare di notte con il suo cane Uxeta. Koldo Almandoz è un bugiardo. Quindi, uno dei nostri.

E ora due parole sui coaguli. Nelle mattinate prima delle proiezioni si sono svolti incontri esclusivi con grandi esperti delle nuove tecnologie di produzione e distribuzione e, soprattutto, di dibattiti accesi tra alcuni dei più brillanti esponenti del pensiero contemporaneo. Ieri ho potuto assistere a una discussione sulla Metamorfosi che partendo dall’analisi del termine è giunta alla valutazione della situazione del nostro cinema e di tutta la società attuale in questa nostra “epoca di passioni tristi”.
Il filosofo Giacomo Marramao ha moderato le energie di Alberto Abruzzese, Sandro Chia, Enrico Ghezzi e Lidia Ravera ottenendo un formidabile e succoso frutto da assaporare nel tempo spicchio dopo spicchio.
Nel mio quadernetto degli appunti sono finite alcune frasi scritte in fretta che, per il piacere di farlo, voglio rileggere con voi.
Ecco che Lidia Ravera richiama alla ricerca di nuovi eroi in grado di reagire al conformismo e alla pericolosa scelta della “via facile”. Enrico Ghezzi in uno slancio d’ottimismo dichiara che il cinema ” è in grado di funzionare da solo” anche senza l’aiuto viziato di ministeri e sovvenzioni. Anche Sandro Chia rivendica l’autonomia a tutti i costi dell’artista e valuta “la sfocatura” come “spazio utile al cambiamento”. Con finezza Abruzzese parla di “allegoria e disgregazione dei simboli” in un’epoca che “rallenta il futuro per venderlo a rate” (E. Ghezzi). La metamorfosi è in atto, nel cinema come nella vita, allora dobbiamo allenarci a interpretarla raccogliendo energie e inventandone di supplementari. Guai a risvegliarsi un mattino come Gregor-scarrafone-Samsa rovesciati sul dorso con le zampette a grattar l’aria.
Tosti e determinati, sempre.
Pronti a intercettare il nuovo e assecondare il cambiamento visto che “muta il linguaggio perché matura lo sguardo” (L. Ravera).


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vola la parola
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La sensazione è forte. Per farsi notare nella sontuosa imbottitura pubblicitaria delle riviste patinate bisogna essere decisi e convinti di quello che si vuole dire. E il copywriter della campagna easyJet sembra esserlo davvero. Tornando allo stile di comunicazione anni ‘80 redige un titolo chiaro, pulito, ironico e intelligente. Rimane attaccato al target, lo coccola e lo gratifica, sottolinea il rapporto di partnership fra aziende e ammicca a successi comuni senza mezzi termini.
L’agenzia di pubblicità è la CookiesADV che si presenta con simpatia sul proprio sito come laboratorio ri-creativo. Benvenuti.

Cliente: easyJet
Agenzia: Cookies ADV
Direttore creativo: Alba Ronchi, Massimo Guastini
Art director e web designer: Andrea Di Castri
Copywriter: Francesca Mudanò
Web designer: Lorenzo Buosi
Typographer: Kevin Wright


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L’art director sa il suo mestiere
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Strano mestiere quello di interpretare il pensiero degli altri, coglierne le aspirazioni e intercettarne i desideri. E chi si occupa di comunicazione fa proprio questo ogni volta che è gli richiesto. Ma a lasciarlo libero che succede? Dove vanno a finire i suoi pensieri?
Ecco un semplice esperimento.

In questa foto di reportage di Erik de Castro (Reuters/Contrasto) c’è la cronaca quotidiana del reparto maternità del Memorial Hospital di Manila. Le giovanissime madri hanno ricevuto i loro bambini per la prima poppata del mattino e ora si apprestano ad affrontare il resto della loro giornata che sarà dura. La foto è stata scattata come illustrazione dell’articolo (è il “visual”) che racconta del piano di riduzione della mortalità delle madri e dei bambini sotto i cinque anni con cui si spera di poter salvare 16 milioni di vite entro il 2015.
L’immagine è pura, nessuna concessione estetica devia la nostra visione e il percorso che porta dritto alla -comprensione del tema- funziona alla perfezione. Un’mmagine emozionante e consistente.
Però…
Il creativo, certe volte, vede che c’è dell’altro. Il pensiero va, e mischia le carte, cerca significati laterali o semplicemente altri significati. E altre storie.
E allora vi racconto la mia, cioè quella che ho immaginato guardando questa foto.
Sui quotidiani, anche in questo primo autunno, si riprende a parlare di scuola con le sue novità e i suoi soliti problemi. Fra gli altri, specie nelle grandi città, quello delle classi senza bambini italiani; a Roma c’è una scuola elementare, l’ormai famosa “Carlo Pisacane”, che addirittura di italiani iscritti non ne ha neanche uno. A seconda dei casi e dei punti di vista questo fatto viene interpretato in maniera assolutamente negativa (effetto ghetto) o piacevolmente positiva (integrazione compiuta). Bene, letti i diversi articoli sui giornali, viene in mente che città come Roma hanno origini complesse e itinerari straordinari per varietà di eventi, commistioni di genti, guerre, amori e dominazioni. Una complessità che è tutto tranne che un progetto definito fin dal principio, un caos diluito in secoli e secoli di accadimenti con salti, rigidità, ripensamenti, errori e miracoli. Ecco, ho pensato, il problema dell’integrazione, del miscuglio di razze, non esiste. Falso storico: siamo figli di cento madri e cento padri e tutti di colore diverso.
Così, ho pensato, questa giovane madre è il ritratto di un’altra Roma. Una Roma moderna multietnica e immersa nella realtà di oggi: questa giovane madre è la Lupa capitolina che allatta i suoi prodigiosi gemelli arrivati da chissà dove. Una “nascita di Roma” attuale e importante.
Prendetela come vi pare: una piccola lezione di art direction o il farneticante pensiero di un matto.

Nota: quello proposto è un particolare della foto originale, la scelta di non vederla per intero non è dovuta a una ricerca di art direction ma solo a un problema tecnico.


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