Pensieri e immagini
Blog! di Tonino Risuleo
normalissimo
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Jasper Morrison (jaspermorrison.com) sostiene che la meraviglia vera risiede nella normalità. A conforto della sua convinzione ricorda ad ognuno di noi l’affetto che riserviamo a quegli oggetti che ci capitano tra le mani ogni giorno e che continuiamo a usare senza badarci. L’affetto vero -e la stima- sono così… Non ci si fa caso e allora si radicano così sotto in profondità da divenire invisibili.
Morrison è un industrial designer lui stesso invisibile che cerca l’utilità negli oggetti e ne ridisegna l’essenza per proporli a tutti gli amanti dell’essenziale. Il suo metodo è semplice: guardare e riflettere, anche andando in giro per la città e combinando le esperienze di giornata con l’ispirazione. E poi c’è la memoria, quella fatta di ricordi propri e quelli mediati da racconti accumulati nel tempo, una specie di “effetto emporio” in cui tutto si trova e tutto serve. Non a caso è proprio l’emporio il grande estinto del nostro tempo, per colpa della specializzazione del mercato e della grande distribuzione che svuota di contenuto le merci e le omologa, rendendole indistinguibili l’una dall’altra. “Si salva IKEA”, in questo sfracello, e il resto è totale assenza di gusto e indifferenza nei confronti della diversità tra le forme delle cose.
Proviamo allora a guardare da vicino un campione assoluto di invisibilità e demoniaca efficienza. È ovunque, vive bene a qualsiasi latitudine, si stanca molto lentamente e raramente tradisce. In più è uno strumento spesso fondamentale che se non c’è viene invocato. Proviamo a guardarlo da vicino, e a parlarne.

(fonte CA-Casa Amica, inserto del Corriere della Sera del 3 marzo 2012)


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Călătorie plăcută
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In bulgaro sarebbe Приятен път, quello del titolo è rumeno. Un amico vecchio che vive all’angolo della strada che percorro ogni mattina invece dice: drum bun che sarebbe più adatto per chi vuole augurare un buon viaggio a chi parte con la musica in testa. Questo piccolo intermezzo è dedicato a tutte le Thelma e Louise e pure a tutti i Luigi e Telmo che cercano senza sosta nuovi orizzonti. La colonna sonora è di Taraf de Haïdouks, un manipolo di musici stravaganti e virtuosi.


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Immagine e somiglianza
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La notizia del giorno è che la scultura del beato JP II subirà un ritocchino.
A questa decisione si è arrivati dopo una scia di polemiche, dallo scorso 18 maggio, data dell’inaugurazione della statua del Papa collocata nei giardinetti di fronte alla Stazione Termini di Roma, cointestata da quel giorno al pontefice che tutti vogliono da sempre santo subito.
E da subito non è piaciuta l’opera dello scultore Oliviero Rainaldi, nonostante l’approvazione del bozzetto presentato al Comune di Roma e all’archeologo Francesco Buranelli, segretario della pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa. Non è piaciuta e ”va tolta perché  ci fa fare brutta figura con i turisti”, non è piaciuta anche se presentata con enfasi littoria dal sindaco Alemanno: ”… lascia una traccia indelebile nella porta d’accesso della città”, non è stata gradita neanche dall’associazione “Riva destra” (!) vicina al Pdl romano che già il 28 maggio comunica “… quasi mille firme sono state raccolte stamattina in meno di due ore per chiedere l’immediata rimozione della statua” e continua richiedendone la sostituzione con un’altra che celebri la memoria di Wojtyla in maniera più acconcia.
Non piace proprio a nessuno: “Pecca di scarsa riconoscibilità” e sembra “una garitta, sormontata da una testa del Papa eccessivamente sferica” in più mostra il retro a chi esce dalla stazione e si avvia verso piazza della Repubblica.
In realtà, nonostante i suoi cinque metri d’altezza la si scorge all’improvviso dopo un’ultima evoluzione fra i chilometrici bandoni di metallo che limitano le zone dei lavori per la terza linea della metropolitana che ormai viaggia alla velocità della Salerno-Reggio Calabria.
Ma poi, ci chiediamo finalmente al cospetto dell’opera, a quale papa dovrebbe somigliare? A quello giovane e aitante dei giorni del suo insediamento o a quello gonfio e stanco delle ultime ore di sadica esposizione?

L’opera d’arte d’essere guardata, capita e rispettata, sempre. E l’artista ha sempre ragione. Se si limita la lettura di un’opera alla misurazione della somiglianza e dell’aderenza al “modello” stiamo freschi. Forse dipende dal fatto che la firma dell’autore non è di quelle pesanti o alla moda e che la critica ufficiale non l’abbia ancora battezzata come capolavoro. Chissà? In un viaggio di alcuni mesi fa ho visitato la bella e storica città di Avignone dove ho avuto la buona sorte di incontrare un gruppo di giovani, ragazzi e ragazze, con cui ho trascorso alcune ore. A dire il vero tra queste ultime non ne ho notato nessuna che somigliasse almeno a una delle demoiselles di Picasso, certo neanche lui ci pigliava granché con le somiglianze. E poi quel buontempone di Michelangelo che mi va a scolpire una donna che è madre di un ragazzo di trentatre anni mentre lei stessa ne dimostra si e no una ventina?

Invece conviene farlo subito un salto a Roma, prima dei ritocchini, per potersi fare un’idea personale di questa statua di papa che il suo mestiere -a mio modesto parere- lo fa bene. L’ispirazione è l’accoglienza, termine su tutte le prime pagine che raccontano dei forzati del Canale di Sicilia. Accoglienza, termine vago se lo si usa a caso, parola che non c’entra niente con l’ospitalità di cui tutte le regioni e i paesi d’Italia fanno la loro bandiera. Venite a vedere il vasto mantello che è lì ad accogliere chi ha bisogno di protezione, fosse pure uno dei senza casa che bivaccano nell’angolo all’ombra delle mura romane proprio lì accanto ai giardini della stazione.
E invece mi ha commosso questo Batman buono e gigante dal gonfio mantello, mi ha fatto sentire un po’ come il bambino della famosa fotografia che è alla base del bozzetto del Rainaldi. Mi è sembrato un super eroe moderno e dolente che testimonia la difficoltà a farsi strada nei cuori e nella comprensione di coloro che preferiscono censurare le scelte estetiche che non condividono continuando a godersela come pazzi alla visione dei mostruosi rotocalchi pomeridiani e serali di una tv sempre più omologata nel segno del brutto.
A tutti questi è dedicata l’ombra che la figura in bronzo stampa in terra: forse la sagoma delle orecchie del super pipistrello o forse, più meritatamente, un bel par di corna.


Articoli
ritratti del Borinage
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“Davanti alle immagini di Ghisoland si ha l’impressione
di aver sfiorato il mistero della creazione allo stato puro
e la consapevolezza di non poterlo capire
fino in fondo”.

(Christian Caujolle)

Nato nel 1878 a La Bouverie, dal 1897 al 1902 lavorò come assistente fotografo nella vicina città di Mons. Suo padre minatore volendogli evitare la sua stessa durissima e pericolosa vita lo aveva destinato al mestiere di falegname ma la morte improvvisa del fratello, che si occupava di fotografia, decise la sua strada.
Nel 1902 si trasferì con la famiglia a Framieres e aprì un negozio di fotografia al piano terra della loro casa.

E da quello studio non uscì mai più. Per tutta la vita, fino al 1939, fotografò gli abitanti della città che ricorrevano a lui per un ritratto in occasione di una ricorrenza familiare o solamente per un documento di identità.

La regione del Borinage è zona di miniere e lì si erano trasferiti polacchi, italiani, greci e marocchini, le cui origini traspaiono in diversi ritratti di Ghisoland.
Delle circa 90mila lastre custodite in scatole a disposizione dei clienti ne sono rimaste meno della metà ma fortunatamente già suo figlio Edmond e poi il nipote Marc ne hanno curato la conservazione.

Nelle immagini di Ghisoland si esalta la magia del contrasto: da una parte il set tradizionale, le luci accurate e senza effetti, i pochi semplici arredi e i fondi dipinti con soggetti comuni, dall’altra la forza espressiva delle persone ritratte.
Questa galleria umana costituisce una popolazione di individui che vivono il disagio dello specchio, di proletari che tengono la posa con imbarazzo e non vedono l’ora che tutto finisca.

Volti quasi impassibili che non sorridono o lo fanno con difficoltà, bambini cresciuti troppo in fretta e adulti congelati allo stato d’infante. Il tutto è talvolta esasperato da costumi vagamente surreali che poco hanno a che fare con quei volti segnati che non vogliono essere belli ma solo veri.

Anche nei ritratti destinati ai documenti d’identità c’è la stessa straneità fatta di dolore interiore e fierezza. Espressioni dure e marcate per vincere la tensione e il disorientamento.

E il mistero di queste fotografie è proprio nello sguardo del cercatore di anime che fonde il virtuosismo dell’artigiano all’estro del genio.
L’artista con il suo lavoro quotidiano che, dopo giorno dopo giorno lo spinge ad arricchire la sua tavolozza senza volerla mai immaginare definitiva.


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dead man
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Tre minuti e mezzo di assoluta trance. Guardate e ascoltate questo incredibile trailer del film “Dead Man” (Jim Jarmusch, 1995). Un giovane Johnny Depp è lì a perdersi in un selvaggio west arcaico, fangoso e tutt’altro che epico. Vivete la visione reale dell’asprezza delle terre di conquista da parte di uomini e donne che osano sfidare una natura pronta in ogni momento a respingerli o a ingoiarli nell’incubo.
Non è posto per gente normale e i nativi capiscono che ormai non è più un posto buono neanche per loro. Sangue scorre. E scorrono gorgogliando le note della chitarra di Neil Young a commento e sperimentale contrappunto di una metafora della vita nella morte. Di quella nuova vita che talvolta nella morte si cerca sperando che davvero esista: per un lieto fine che certe volte è impossibile perché ad essere lieto non c’è stato neanche l’inizio.
“Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”.
In queste parole del poeta inglese William Blake c’è la possibile chiave di lettura del viaggio del protagonista della storia che Jarmusch ha voluto chiamare proprio così nel suo film. Il contabile Blake è lì e comincia a morire, anche per lui c’è uno Stige da navigare, un fiume di lamenti di antiche tribù che hanno smesso di esistere perché la Storia ha iniziato a dar loro torto. Un altro grande film che oltre l’epica della nuova frontiera, ci svela l’arcano della genesi di un Nuovo Mondo che nasce affondando il tacco nella polvere di una cultura che sembra non occorrere più.


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Ted, il ritorno
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Max era Max
più tranquillo che mai,
la sua lucidità…

Smettila, Max,
la tua facilità…
non semplifica, Max.

Max
non si spiega,
fammi scendere, Max
vedo un segreto
avvicinarsi qui, Max.

Sembrano proprio dedicate a Max Cannon queste liriche di Paolo Conte.
Ed è davvero incorregibile Max! Anche in questa ennesima gelida risposta del suo eroico Ted c’è l’energia di chi vuole sfuggire a tutti i costi i luoghi comuni. Al bando le abitudini delle serate rilassanti e imponiamoci il prurito del nuovo.
Sabato sera me ne resto a casa a leggere un pezzo di “The Spirit” di Will Eisner e a lucidare gli argenti di famiglia.
Un buon consiglio per un brivido? Una porzione generosa di Calvados in un grosso calice panciuto.


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Una storia di Natale (tutto per l’arte)
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Smoke di Wayne Wang è un film del 1995. In Italia uscì verso la fine di quell’anno, era quasi Natale e l’averlo potuto vedere nelle sale fu davvero un vero dono magico.
La storia è piccola piccola, ambientata in una tabaccheria di Brooklyn e popolata di personaggi semplici, veri eppure fantastici. Autentici campioni di vita e di simpatia. Lo spunto è il rapporto di amicizia che si crea fra il gestore della bottega (Auggie/Keitel) e lo scrittore in crisi (Paul/Hurt) che ha il problema d’inventare una “Storia di Natale” che gli è stata commissionata dal New York Times. Con l’occasione Paul Auster, che ha scritto la sceneggiatura, ci propone tutta il suo pensiero sull’arte, sull’ispirazione e sulla vita. L’ambientazione è molto newyorkese ma il quartiere in cui si svolge la vicenda è davvero “latino” con colori e calore che conosciamo assai bene.
Nella parte finale del film c’è, in un sol grumo, tutto il succo della cosa che si vuole presentare al pubblico. Non una morale ma una specie di prontuario per chi apprezza i percorsi creativi, per tutti quelli che hanno deciso di viverli quotidianamente, per gli appassionati del racconto. Il dialogo che si svolge tra i due protagonisti a un tavolo del Jack’s Deli è un balletto che segue il filo dell’amicizia e della stima. E anche l’occasione giusta per dare indicazioni sul come va vissuta la “vita d’artista”.
Paul è molto colpito dal racconto di Auggie: “Il raccontare è un vero talento Auggie (nel testo originale ci vuole talento per raccontare polpettoni lacrimosi come questo). E tu sei al pari dei maestri”. Un altro passaggio del dialogo altrettanto significativo è quando cogliamo un convinto: “Qualsiasi cosa nel nome dell’arte”. E come si fa a sostenere il contrario?

Certo è che vedendo Auggie sorridere malizioso con quella luce misteriosa e compiaciuta negli occhi, sorge il dubbio che la storia sia completamente inventata e viene voglia di pensare che ci stia prendendo in giro tutti. Auggie non lo confesserebbe mai. Perché è riuscito comunque a farsi prendere sul serio e questa è l’unica cosa che conta.
“Nessuna storia è falsa finché una sola persona ci crede” (Paul Auster).
E poi, nei titoli di coda, ecco la grande intuizione: la storia che Auggie ha raccontato in una decina di minuti diventa un breve racconto d’immagini che, in soli quattro, rapisce lo spettatore trascinandolo dentro l’emozione vera di un evento unico e irripetibile. Ecco che tutto diventa una rara lezione di arte del racconto: che si usino immagini, suoni o semplici parole, fa lo stesso. L’importante è trascinare lontano chi abbiamo deciso di coinvolgere nel nostro viaggio.
Buona notte stellata.


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Primo giorno
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Benvenuti! Anche quest’anno mi ritrovo con una sessantina di nuovi compagni di viaggio e questo mi rende euforico. In compagnia si sta bene, ci sono più stimoli e vengono tante idee. Sarà un buon viaggio. Svelto, leggero, con accelerazioni e un sacco di fermate per non perdere l’opportunità di guardare le cose un tantino nascoste. Bagaglio snello e fantasia, come quando si parte low cost. Occhi spalancati, oreccchie ben pulite, lingua affilata, narici libere e dita sgranchite, si va.

E allora vi ripropongo la “Filastrocca delle buone maestre” di Bruno Tognolini; l’ho letta per voi ma sarà ancora più bello che ognuno se la riascolti detta dalla propria voce e con il tono che preferisce.

Maestra, insegnami il fiore ed il frutto

Col tempo, ti insegnerò tutto

Insegnami fino al profondo dei mari

Ti insegno fino a dove tu impari

Insegnami il cielo, più su che si può

Ti insegno fin dove io so

E dove non sai? – Da lì andiamo insieme

Maestra e scolaro, dall’albero al seme

Insegno ed imparo, insieme perché

Io insegno se imparo da te

La filastrocca di Tognolini è stata pubblicata su “l’Unità” di giovedì 2 dicembre ultimo scorso.


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lasciami entrare
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Una preghiera o un’intimazione?
Rimanete concentrati e non fatevi ingannare. Le muse sono così: capricciose e determinate, adulatrici e imprevedibili. Scelgono sempre loro chi premiare col soffio leggero dell’ispirazione. Scelgono anche quando. Non serve a niente evocare, bramare, pretendere, arrivano da sole, se vogliono e da chi vogliono. Come un colpo di fulmine, un baleno: quello che ronza giù dal cielo buio capace di spaccare un gradino di granito come se fosse di legno dolce. L’ho visto fatto in cima alla Grigna che è un monte vero, non metaforico.
L’ispirazione è così. Non basta creare la possibilità che arrivi. Il cielo, forse, non si rabbuia e butta pioggia tutto l’inverno? Eppure il lampo devastante non è scontato, ci vuole la tensione giusta e l’elettricità che serve.
Nella foto di sopra c’è l’artista di pietra con la mano sulla bocca, contro la sua tempia sinistra preme la forza intera di un corpo giovane che spinge per entrare e possedere. E’ certamente un premio del destino ma lui, lo merita? Nel capolavoro di Rodin riusciamo a cogliere esattamente quell’attimo sospeso, quel tentennamento preoccupato: chi sta scegliendo e che cosa? Che dobbiamo aspettarci? Cosa stiamo iniziando a vivere? Un tormento o un’estasi? Va a finire che uno comincia a porsi un sacco di domande e non sempre è un bene. E neanche sta bene tenere la porta socchiusa e l’occhio allo spioncino, non è onesto, l’attendismo e la prudenza non sono le mosse giuste per giocare con la gioia dell’inatteso. Resistere, con sapienza e intelligenza, come quando si tesa e si molla una scotta andando sul filo dell’onda contro il vento. Ci risiamo: lavoro duro quello del creativo, specie per chi ha l’ardire di aprirsi all’ispirazione buttando alle ortiche le confuse idee già colte e ordinate sulla scrivania sgombra.
Fate pulizia e preparatevi ad accoglire la Musa.

Due o tre spunti aggiuntivi:
Il Musée Rodin di Parigi (77, rue de Varenne) riserva il privilegio di una visita emozionante e sensuale. Bisogna andare fin lì e ne vale la pena.

Nel titolo c’è il titolo di un piccolo film svedese assolutamente da brivido. Con l’ispirazione non c’entra niente ma con il concetto di amore assoluto tanto.

Il risotto alle ortiche può riuscire molto buono. Però prudenza e guanti quando raccogliete le foglioline urticanti.
E quest’ultima rima non è voluta.


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Acquacotta o ribollita?
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Capalbio è un luogo di contraddizioni. E’ noto per essere un posto dove si coagulano tendenze nuove e pensieri laterali ed è il presidio gastronomico di piatti antichi e semplici che rimandano a una tradizione immutabile. Luogo di pace silente e strilli acuti di uccelli scampati all’estinzione.
In questi luoghi, nei giorni scorsi, sono stato l’inviato speciale dell’ADCI per la consegna del premio Migliore idea creativa 2010 alla XVII edizione del Capalbio Cinema International Shortfilm Festival.
La selezione dei 21 film corti arrivati da ogni parte del mondo è di gran qualità ma i tre giurati del Club – il Presidente Marco Cremona, Patrizia Boglione e il sottoscritto – hanno fatto comunella su “Ahate Pasa” che in spagnolo, anzi no, in basco vuol dire il Passaggio delle anatre. Il film di Koldo Almandoz, spagnolo, anzi no, basco, è una folgorante storia del cinema attraverso le esperienze di un interprete che non è mai presente nei titoli di coda. O almeno non viene indicato con nome e cognome come si fa con il resto delle maestranze.
L’anatra, in prima persona, si prende carico di raccontare il come e il quando senza mai scivolare nel divismo. Il risultato finale è un racconto leggero leggero che stimola a una attenta considerazione sui valori delle diversità e delle minoranze. Sarà anche per via della forte componente euskadi che rinvigorisce i toni del racconto.

Koldo Almandoz (nella foto) è nato il 1° gennaio come me e ha una faccia simpatica. Giura di non avere alcun progetto per il futuro e certamente di non averne per quanto riguarda il cinema. Ama andare sullo skate, guardare le onde e passeggiare di notte con il suo cane Uxeta. Koldo Almandoz è un bugiardo. Quindi, uno dei nostri.

E ora due parole sui coaguli. Nelle mattinate prima delle proiezioni si sono svolti incontri esclusivi con grandi esperti delle nuove tecnologie di produzione e distribuzione e, soprattutto, di dibattiti accesi tra alcuni dei più brillanti esponenti del pensiero contemporaneo. Ieri ho potuto assistere a una discussione sulla Metamorfosi che partendo dall’analisi del termine è giunta alla valutazione della situazione del nostro cinema e di tutta la società attuale in questa nostra “epoca di passioni tristi”.
Il filosofo Giacomo Marramao ha moderato le energie di Alberto Abruzzese, Sandro Chia, Enrico Ghezzi e Lidia Ravera ottenendo un formidabile e succoso frutto da assaporare nel tempo spicchio dopo spicchio.
Nel mio quadernetto degli appunti sono finite alcune frasi scritte in fretta che, per il piacere di farlo, voglio rileggere con voi.
Ecco che Lidia Ravera richiama alla ricerca di nuovi eroi in grado di reagire al conformismo e alla pericolosa scelta della “via facile”. Enrico Ghezzi in uno slancio d’ottimismo dichiara che il cinema ” è in grado di funzionare da solo” anche senza l’aiuto viziato di ministeri e sovvenzioni. Anche Sandro Chia rivendica l’autonomia a tutti i costi dell’artista e valuta “la sfocatura” come “spazio utile al cambiamento”. Con finezza Abruzzese parla di “allegoria e disgregazione dei simboli” in un’epoca che “rallenta il futuro per venderlo a rate” (E. Ghezzi). La metamorfosi è in atto, nel cinema come nella vita, allora dobbiamo allenarci a interpretarla raccogliendo energie e inventandone di supplementari. Guai a risvegliarsi un mattino come Gregor-scarrafone-Samsa rovesciati sul dorso con le zampette a grattar l’aria.
Tosti e determinati, sempre.
Pronti a intercettare il nuovo e assecondare il cambiamento visto che “muta il linguaggio perché matura lo sguardo” (L. Ravera).


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